Ero una giovane studentessa durante il ’68, quindi me ne intendo. Stavo dalla parte sbagliata, con i professori contro, ben allineati alla nuova tendenza, pur di non apparire vecchi e sorpassati. Facevano politica a suon di sette in condotta appioppati a chi non faceva parte della maggioranza “progressista”.
Conosco bene chi ha il proprio DNA costituito da cromosomi a forma di falce e martello. Dissimulato, contraffatto, mascherato, edulcorato, ma è sempre lì, pronto a manifestarsi assumendo la forma del buonismo, dell’egualitarismo, dell’esaltazione delle minoranze, del voler far sembrare normalità ciò che è contro il sentire comune, nel far sentire in colpa chi ha dei valori che si richiamano alla tradizione. Potrei continuare a lungo.
Anche quando è difficile intravvedere il marchio di origine, perché ben occultato, alcune espressioni sono tuttavia inequivocabili. Ne sono esempio, l’innata propensione a sprecare denaro pubblico solo per finalità demagogiche o clientelari, la negazione dell’intangibilità della proprietà privata nel rispetto di regole comuni, l’ incapacità a riconoscere le buone scelte altrui, anche a costo di risultare ridicoli, vedere il bicchiere sempre mezzo vuoto, rispettare un unico credo: “Essere contro!”.
Ritengo che una persona che ha un ruolo pubblico debba essere riconoscibile e non debba nascondersi. Dichiarare la propria adesione ad un metodo identificabile e di conseguenza operare scelte prevedibili, dimostrare di perseguire un filo logico che trascende dall’immediato quotidiano o dall’interesse del singolo è fondamentale anche nelle amministrazioni locali e nessuno, che abbia il coraggio e la pazienza di proporsi per un compito così OSCURO e INGRATO, dovrebbe sottrarsi a questo dovere di chiarezza.